JAZZIT 03-2007

IMPROVVISARE NARRANDO
Gianpaolo Chiriacò
Comanda Barabba è il nome di un quintetto solido come una roccia. A detta dei protagonisti, la musica improvvisata è il loro cavallo di battaglia, ma ad ascoltare il disco non lo si direbbe, perché quello che si percepisce è un insieme musicale coerente, ironico, brillante e ottimamente eseguito. Per rispondere alle nostre domande si sono riuniti in sala prove, in una jam session collettiva.

?) Cominciamo dal nome: com’è nato?
!)
Comanda Barabba è un modo di dire, l’origine è popolare e il significato ironico: intende una situazione caotica. In effetti è venuto fuori scherzando durante un concerto, anni fa, e da allora è rimasto lì.

?) Nonostante la forte presenza di parti improvvisate, si coglie in ogni brano del disco una struttura narrativa portante. Si tratta di una scelta consapevole? Come nascono i vostri brani?
!)
I brani registrati sul disco, quasi tutti di Nicola [Guazzaloca, nda], rispecchiano un percorso di ricerca fondato sullo sviluppo e sulla sperimentazione collettiva. L’obiettivo è consentire massima libertà di espressione individuale, mantenendo il rispetto per una struttura coerente del brano. Ogni tema e ogni arrangiamento hanno un proprio carattere, che viene poi sviluppato e arricchito. Le improvvisazioni vengono trattate come un aspetto della composizione, interagendo con le parti scritte in molti modi diversi. Cerchiamo di costruire una struttura che all’ascolto conservi allo stesso tempo espressività e interesse.

?) E qual è il vostro modo di sviluppare l’improvvisazione?
!)
Come singoli musicisti siamo interessati all’improvvisazione in tutte le sue forme. All’interno del gruppo ci muoviamo con estrema libertà: possiamo correre su binari prestabiliti, seguendo degli improvvisatori-guida; possiamo sviluppare elementi tematici; elaborare soluzioni timbriche o procedere per contrasto gli uni rispetto agli altri. Così creiamo degli ambienti sonori coerenti con la narrazione che notavi prima.

?) Il vostro è un gruppo assai coeso. Ma quanto conta essere un gruppo?
!)
Lo sviluppo di un proprio percorso diventa possibile solo grazie al sostegno e alIa condivisione con altri musicisti: questo è un primo aspetto che porta alla coesione. Ma sicuramente è determinante la volontà di elaborare una ricerca continuativa e comune. L’identità collettiva funziona così da contesto per la creatività individuale, influendo in maniera decisiva sulla libertà e sulla convinzione con la quale suoniamo.

?) Avete pubblicato il disco con la BassesfereRec. È frutto di una visione precisa del mercato discografico o ci siete arrivati per caso?
!)
Il mercato discografico convenzionale non offre grandi possibilità. Certo, ci sono persone che ci apprezzano e mostrano sensibilità verso il nostro lavoro, ma si muovono su altri binari e, nel nostro caso, era difficile arrivare a pubblicare un disco senza sottostare a condizioni che possono essere pregiudizievoli da un punto di vista artistico ed economico. Per questo molti artisti scelgono di autoprodursi. Bassesfere ci ha dato l’opportunità di pubblicare il nostro lavoro in base alle nostre capacità e al contenuto musicale, senza curarsi troppo del ritorno di mercato. E inoltre ci ha lasciato totale libertà nell’organizzazione del disco, in tutti i suoi aspetti. Questo è stato un segno di totale fiducia che abbiamo apprezzato particolarmente.

?) Quel è il ruolo che ognuno di voi ha nel Collettivo Bassesfere? E quanto possono servire realtà del genere in Italia?
!)
Con Bassesfere c’è un rapporto di amicizia e di stima approfondito nel tempo, che si concretizza nel condividere spazi, attività e idee. Non siamo associati al collettivo, ma si sono comunque individuate forme di partecipazione condivisa, che stanno dando frutti per noi importanti. Realtà del genere, in Italia, sono forse gli unici punti di riferimento esistenti per la musica di ricerca.

?) Bassesfere si occupa di promuovere e sostenere la musica improvvisata e di ricerca. Ma perché la musica improvvisata e di ricerca ha bisogno di essere sostenuta e promossa?
!)
Ha bisogno di essere sostenuta perché altrimenti si rischia l’immobilismo culturale. Il mercato spesso propone fino all’usura ripetizioni di modelli consolidati, la proposta di nuove soluzioni non è incentivata né stimolata in un sistema che chiede risultati certi.

?) La città di Bologna sembra rappresentare un polo di attrazione per musicisti di tutta Italia. Ma qual è la realtà per voi che la vivete da dentro? E in che cosa Bologna si differenzia dalle altre città?
!)
La scena bolognese è caratterizzata da musicisti eccezionali: è una dimensione ricca d’incontri, ma gli spazi sono pochi. Quelli “storici” non si prestano all’innovazione e i contesti più vitali sono spesso frutto di autogestione: i mezzi per promuovere la musica di ricerca non bastano. L’interesse nei confronti di una forma artistica viene sviluppato anche dalla possibilità di conoscerla, ma servono occasioni e punti di riferimento, anche perché si è ormai consolidato un pubblico attento e curioso. Ci sono realtà altrettanto valide in altre città: l’iniziativa di un coordinamento nazionale, chiamato Map Of Moods, sta contribuendo a creare tra queste una rete che permetta ai musicisti di svolgere la propria attività oltre l’ambito locale.

?) Ognuno di voi proviene da esperienze diverse. La diversità all’interno del gruppo è sempre un bene o ci sono situazioni in cui complica il lavoro?
!)
In alcuni casi è complicato trovare un equilibrio perché occorre incontrarsi partendo da intenzioni e suggestioni molto diverse. Questo aspetto è però molto importante, apre ad altre possibilità, e rende sempre necessario sviluppare e approfondire nuove direzioni, per trovare un denominatore comune che valorizzi nel collettivo le capacità e le attitudini individuali.
?) In più ognuno di voi suona in altre formazioni. È una pura necessità o vi piace così?
!) Per ognuno è una questione diversa. Abbiamo molte curiosità e, dal punto di vista professionale, ci interessa esplorare diversi ambiti.